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giovedì 22 aprile 2010

Nasce oggi il Presidio di legalità e giustizia di San Giorgio del Sannio!!!

Con il mio intervento di oggi a difesa della legalità, della trasparenza e della giustizia, per il bene e lo sviluppo della comunità, nasce il Presidio di legalità e giustizia di San Giorgio del Sannio!!!


Qui di seguito il testo:

La Rete delle Rose Rosse, rappresentata sul territorio sannita da Elvira Santaniello, Responsabile per la Campania,

in riferimento al Centro Polifunzionale di Arte, Cultura e Spettacolo di San Giorgio del Sannio, la cui importanza per la comunità sangiorgese veniva già riconosciuta nel lontano 1988, anno in cui fu affidato il primo incarico di progettazione, ma che a tutt’oggi attende ancora l’inizio dei lavori,

chiede al Sindaco di San Giorgio del Sannio

di fare pubblicamente chiarezza sui fatti che sono alla base della mozione di sfiducia presentata dal consigliere di minoranza Carpenella relativamente all’affidamento dell’incarico di progettazione del suddetto Centro Polifunzionale e sulle presunte irregolarità della delibera assunta nel dicembre 2009 che confermava la precedente del 1988.
Tale richiesta di chiarezza da parte della Rete delle Rose Rosse è motivata non già dalla volontà di dar vita ad una ulteriore manfrina politica e portarla avanti sulla stampa locale, come sta facendo la minoranza consiliare di destra, bensì dalla necessità di rispettare quelli sono i principi ispiratori sui quali si basa l’esistenza stessa della Rete ovvero:

•Il bene e lo sviluppo della comunità paese, in questo caso l’esigenza che venga realizzata al più presto l’opera, visto che è decisamente utile alla comunità sangiorgese

•L’assoluto rispetto della trasparenza degli atti amministrativi e delle decisioni assunte dagli amministratori stessi nonché l’imprescindibile rispetto della legalità a qualsiasi livello

•L’assoluta distanza da prebende, interessi privati e clientelismi (che si configurerebbero, invece, con il reitero dell’incarico di progettazione come assunto nella mozione del consigliere di minoranza)

La Rete delle Rose Rosse è certa che l’Amministrazione di San Giorgio del Sannio non mancherà di riscontrare con la massima puntualità e sensibilità le aspettative qui espresse.

venerdì 16 aprile 2010

Il partito federale non è la soluzione ai problemi del PD nè tanto meno è un bene per la sinistra tutta

da l'Unità di oggi 16 aprile 2010

Il territorio non basta ci vogliono idee di Giuseppe Provenzano

"Dopo queste elezioni regionali, il timore che la profezia di Gianfranco Miglio sia sul punto di avverarsi è ancora più forte: un’Italia divisa, nelle sue versioni estreme, «Nord alla Lega, Sud alle mafie», o in quelle più edulcorate «Nord alla Lega, Sud agli eredi della Dc», e un’Italia di mezzo a fare da cerniera debole, minacciata dall’avanzata dell’una e dell’altra Italia. Con un blocco sociale raccolto nell’alleanza Pdl e Udc che arriva fino al Lazio meridionalizzato, e un’avanzata virulenta della Lega, che ormai ha superato l’Appennino tosco-emiliano. C’è una secessione promessa, ma c’è anche una secessione già avvenuta, che s’è inventata popoli reinventando populismi, e che il Partito del Sud, assai maldestramente, finirà per assecondare, finirà di completare, in un misero finale della seconda Repubblica. La formulazione politica della competizione territoriale, in quadro istituzionale aperto a derive separatiste, finirà per allargare i divari, radicalizzare le disuguaglianze.
Ora il Pd vuole reagire. Deve, ma come? Col partito federale, si dice. Che riparta dai territori, che si “radichi” nel territorio. Bene, ma bisogna intendersi sulle parole, evitare un’insopportabile ecolalia, liberarsi della mitizzazione della militanza leghista che si sta facendo in questi giorni sciagurati. D’altra parte, non sembra un’idea geniale – al risveglio dalla sbronza primarista – affidare tutto ai segretari regionali, come se il problema della formazione della leadership non si riproponesse tal quale a tutti i livelli. Lo sanno, i proponenti, come si svolgono i congressi in molte parti d’Italia? Con tessere prepagate, circoli ridotti a seggi elettorali, nessuno spazio per un confronto di argomentazioni e idee. In certi territori, per dire, bisognerebbe “sradicare” più che “radicarsi”, e far somigliare il partito alla società da cambiare, e non a quella così com’è, con le sue ingiustizie, i suoi egoismi e le sue miserie.
Perché è sull’idea da proporre al territorio che si misura il successo della presenza: non sul numero e l’allestimento dei gazebo, ma sul messaggio da veicolare nelle piazze. Su questo, vince la Lega. Su questo, dovrebbero sfidarsi nuove e vecchie forze, di tutte le età e le geografie: discutendo dal Sud al Nord di Nord e Sud, e del mare – sempre più piccolo, sempre più profondo – in mezzo. Ritrovando un luogo, nel partito, che la balcanizzazione correntizia e la feudalizzazione nei rapporti centro-periferia ha negato. E sapendo che, al punto in cui è malridotto il Paese, il termine “federale” dovrebbe riacquistare un accento originario: tendere verso ciò che unisce e tiene insieme. Altrimenti, passata l’euforia regionalista, il secessionismo condurrà alle differenze tra province e comuni, fino ad arrivare alla differenza sociale tra individui, che l’ideologia del territorio riesce appena a malcelare.
"


Questo articolo, insieme alla bella faccia del liberaldemocratico Clegg che ha stravinto il primo confronto TV tra i maggiori leaders politici inglesi e insieme anche all'analisi del voto alle regionali francesi vinte dalla sinistra con un'ampia coalizione e con il grandissimo contributo di Europe Ecologie di Daniel Cohn-Bendit, mi rendono ancora più convinta della mia tesi e ancora più tenace nel diffonderla:

E' assolutamente necessario, e lo è ORA non in futuro, abbandonare l'idea dei partiti tradizionali ormai incancreniti dai clientelismi, dai personalismi dei leader o presunti tali e dai giochi di potere.
E' di fondamentale importanza dare vita ad una struttura aperta ed elastica, che non dipenda dai partiti, che rispetti la pluralità e la singolarità delle sue componenti e che riesca a colmare quell'enorme gap che si è venuto a creare negli anni tra società e politica.
Insomma, bisogna dare vita ad una sorta di "biodiversità culturale e politica" all'interno della sinistra, come scrive Cohn-Bendit.

E' necessario RIPOLITICIZZARE LA SOCIETA' CIVILE E SOCIALIZZARE LA SOCIETA' POLITICA e la Rete delle Rose Rosse (che ho contribuito a fondare e che sto provando a far crescere anche attraverso questo salto di qualità non di poco conto), nata come Rete del Rispetto, delle Regole e del Rinnovamento non può non considerarsi come luogo privilegiato in cui far crescere questa nuova dimensione della politica italiana moderna.

mercoledì 14 aprile 2010

«Il Novecento è finito La sinistra si svegli» Intervista a Daniel Cohn-Bendit

«Per immaginare il futuro della sinistra non conta tanto stabilire da dove veniamo, ma dove vogliamo andare. Non è importante se uno è ecologista, socialista o comunista, la stagione dei partiti è finita in ogno caso. Penso che oggi non abbiano più senso né i partiti-azienda né i partiti-macchina: credo che dovremmo tutti immaginarci qualcosa di diverso, inventare una cooperativa politica, capace di tradurre una tendenza in strategia. E’ necessario ripoliticizzare la società civile e, contemporaneamente, civilizzare la società politica».

Daniel Cohn-Bendit questa sua formula la va ripetendo da tempo, già da prima delle recenti elezioni regionali che hanno visto la formazione di Europe Écologie, di cui è stato uno dei fondatori, raccogliere il dodici e mezzo per cento dei consensi, dopo che alle europee del 2008 aveva toccato il sedici.
Figlio di ebrei tedeschi rifugiatisi in Francia durante il nazismo, Cohn-Bendit è stato uno dei protagonisti del Maggio ’68 parigino. Approdato al movimento dei Verdi è stato eletto nel 1989 al consiglio comunale di Francoforte, dove è diventato responsabile per gli affari multiculturali. Dal 1994 è deputato europeo. La sua proposta per la costruzione di una nuova sinistra è stata raccolta nel volume Che fare? pubblicato recentemente da Nutrimenti (pp. 144, euro 12.00).

All’indomani delle recenti elezioni regionali francesi lei ha ribadito un tema su cui sta riflettendo da tempo, quello della fine dei vecchi partiti novecenteschi. Ci può spiegare di che si tratta?
E’ la forma tradizionale di organizzazione dei partiti, così come si è andata definendo nel corso del Novecento, che penso debba essere messa in discussione oggi. Allo stesso modo è un parte del bagaglio ideologico della sinistra, ma anche della destra, che deve essere rivisto: in particolare tutto ciò che è legato all’idea che basti la semplice crescita economica per risolvere ogni problema di redistribuzione della ricchezza e di uguaglianza sociale. Credo che in questo nuovo millennio non si possano più affrontare le cose in questi termini, del resto le nuove povertà e le nuove esclusioni che crescono proprio nei paesi più ricchi e sviluppati sono lì a dimostrarlo.

In quest’ottica, quale percorso auspica per la sinistra?
C’è bisogno che tutta la sinistra si interroghi in modo nuovo, al di là delle diverse sensibilità che esprime attualmente: dai socialdemocratici alla sinistra radicale fino a ciò che io definisco come una nuova posizione politica emergente, vale a dire quella incarnata dall’ecologia. Si dirà che l’ecologia non rappresenta più una novità dell’ultima ora, eppure credo che continui a sfidare l’identità più “tradizionalista” delle sinistre, le loro storie e le loro forme di presenza e azione nella società, il loro stesso modo di fare politica. Ecco, intanto si potrebbe ripartire da questa sfida che mi sembra molto interessante e, potenzialmente, prolifica.

Lei ha detto che i partiti sono morti e che la forma di aggregazione a cui pensa è quella della cooperativa: ma cosa rappresenta una coop in politica?
Parlare di “cooperativa” riguardo alla politica significa un po’ tornare a una parte del nostro patrimonio politico, quella rappresentata dalle pratiche e dall’idea dell’autogestione. Io ne parlo per indicare la ricerca di forme di cooperazione politica che sappiano sottrarsi alla solita “macchina della politica” gerarchizzata e sempre pronta a strumentalizzare la disponibilità e la passione dei militanti. Penso a una “cooperativa politica” dove ciascuno conta per quello che fa, e ogni elettore può far pesare il suo voto, senza che su tutto questo si produca la solita formazione di stati maggiori e di funzionari. Se oggi c’è qualcosa di nuovo che si sta mettendo in moto nella società, non si deve fare l’errore di affidare all’ennesimo “nuovo” partito questa dinamica: si deve immaginare una forma nuova che rispetti la pluralità e, al contempo, la singolarità delle sue componenti.

In “Che fare?” ha scritto che solo questa “nuova politica” potrà cogliere appieno le trasformazioni avvenute nella sfera produttiva e il diffondersi di quel capitalismo cognitivo che sfrutta ogni forma di relazione umana e di sapere. In quale modo potrà avvenire?
Diciamo che la società cognitiva in cui siamo immersi ci consente di immaginare anche nuove forme per l’organizzazione politica, per esempio utilizzando la rete, dove gli scambi sono immediati e privi di “gerarchia”. In questa prospettiva, di una società più libera e aperta, possiamo immaginare che proprio il nuovo ruolo assunto dal sapere ci indirizzi verso il superamento delle fondamenta stesse del capitalismo.

Oggi in Europa non ci si misura solo con la crisi delle sinistre, ma con una potente ventata di destra, se non una vera e propria Rivoluzione Conservatrice che accompagna e interpreta una ristrutturazione economica e sociale. L’ultimo paese da cui è venuto un tale segnale è l’Ungheria dove si è votato nel weekend. Cosa ne pensa?
Intanto, proprio in Ungheria si è assistito alla spettacolare crescita dell’estrema destra razzista e antisemita e della nuova destra neoliberale, al crollo della socialdemocrazia locale, proveniente daggli ambienti postcomunisti, ma anche dall’affermazione, ed è la prima volta in un paese dell’Est, di una forza ecologista di sinistra che ha raccolto circa il sette per cento dei consensi. Quindi anche qui si misurano più o meno le stesse tendenze che vediamo all’opera in Italia o in Francia o in altri paesi più ricchi e organizzati. L’ecologia politica emerge come la migliore risposta alla deriva autoritaria neoliberale, quando non apertamente venata di fascismo, che si sta sviluppando nelle nostre società. Di fonte alle inquietudini sorte nell’ambito delle società globalizzate le due ipostesi sono in campo: personalmente considero l’ecologia la vera alternativa alle spinte reazionarie.

Quindi, come uscire dalla crisi sociale e politica contrastando le spinte regressive e razziste che emergono un po’ ovunque in Europa?
Bisogna mettere la società davanti alle proprie responsabilità. Alla crisi legata alla globalizzazione e alle forme di funzionamento del capitalismo, si può rispondere con l’individualismo generalizzato - in Italia avete un’ottima formula, quella di qualunquismo, per descrivere questa tendenza - incarnato ad esempio dalla figura di Silvio Berlusconi, oppure con la costruzione di una nuova solidarietà. E’ questo il vero tema che fa da sfondo al dibattito che si è aperto nella sinistra europea: un altro modo di fare e vivere la politica e un’innovazione potente nel linguaggio come nelle proposte può cercare di far pendere le nostre società verso lo spazio di una nuova solidarietà, piuttosto che in quello dell’individualismo dove crescono le nuove destre e il razzismo.

Ci sono delle nuove parole d’ordine per spiegare tutto ciò alle persone?
Non è con le parole d’ordine che si possono convincere le persone, ma con una nuova credibilità nel proprio comportamento politico. E soprattutto con una nuova politica


[fonte Liberazione.it martedì 13 aprile 2010]

La mia lettera ad amici e simpatizzanti della Rete delle Rose Rosse

Caro amico, cara amica,

la Rete Interregionale delle Rose Rosse si sta trasformando: da larva diventa farfalla e apre le sue ali fino ad abbracciare tutte le forze buone della sinistra italiana da quella moderata a quella radicale.

Abbandona dal suo nome e dal suo logo il riferimento diretto al Partito Democratico, in seno al quale è nata e che, comunque, non rinnega come luogo di nascita, e si prepara a diventare un movimento molto più ampio, aperto a tutti quegli uomini e donne che si sentono di sinistra e che vogliano impegnarsi per la realizzazione concreta della legalità e della giustizia attraverso il rispetto delle regole ed un concreto ed effettivo rinnovamento della classe politica e dirigente italiana.

La Rete Interregionale delle Rose Rosse chiama a raccolta tutti quanti, amici, iscritti, simpatizzanti, e li invita a riconfermare la propria adesione rispondendo a questo messaggio e ad esprimere la propria opinione sul cambiamento in atto.
Ci servirà a ricompattarci e a segnare la linea di partenza per questo nostro viaggio verso il progressivo riappropriarci delo senso del bene comune e della società civile.

Elvira Santaniello
Responsabile Campania Rete Rose Rosse

mercoledì 31 marzo 2010

Questo è per noi il tempo del cambiamento. (2)

...“non potete avere un buon sistema sociale quando vi trovate al livello più basso nella scala dei diritti politici, ne potete esercitare diritti e privilegi politici a meno che il vostro sistema sociale non sia basato sulla ragione e sulla giustizia. Non potete avere un buon sistema economico quando i vostri progetti sociali sono imperfetti. Se le vostre idee religiose sono basse e striscianti, non potete riuscire ad assicurare una uguale condizione per le donne e l'accesso alle pari opportunità per tutti sarebbe l'ultima cosa che avrebbe portato l'indipendenza alla gente dell'India”...

...Percepisco tre lezioni dalla vita di Gandhi:

- Che l'obiettivo della lotta per la pace e la democrazia è per il bene di tutti; non solo per il bene della maggioranza.
- Che uno deve essere preparato a fare sacrifici per raggiungere questo obiettivo.
- Che il potere politico in se non porta la pace e la democrazia; dobbiamo lavorare e tentare d'ottenere la pace e la democrazia.

Individuando queste lezioni all'interno della nostra situazione oggi, è evidente che abbiamo una strada lunga e ripida d’avanti. La vita di Gandhi ci ha insegnato una lezione molto chiara: è facile postulare i principi, ma molto difficile metterli in pratica. Credere nella pace ed in una vita di benessere per tutti va molto bene, ma il passo finale è mettere in pratica quello che abbiamo imparato o cominciato a credere dentro. Questo obiettivo è quello che finalmente determina la qualità della nostra vita...
...Se desideriamo un paese migliore per i nostri nipoti e pronipoti dobbiamo essere disposti a dividere esperienze e risorse ed allo stesso tempo a sviluppare la capacità della comunità ad accettare le sfide del futuro. Non possiamo aspettarci che un nuovo governo cambi le cose da solo. Dobbiamo assumerci la responsabilità di apportare i cambiamenti ed in questo possiamo cercare l'aiuto dello stato.

Abbiamo bisogno di sviluppare un clima di amore, umanitario, di condivisione e coscienza comune mentre cominciamo il processo di costruzione di una società giusta attraverso programmi comuni. Certamente possiamo ottenere più sostegno per tali progetti da un nuovo governo. Abbiamo bisogno di sviluppare una cultura della non-violenza fra i nostri bambini ed i giovani, accertandoci attivamente che noi (e loro) non si sostenga giocattoli, giochi, strumenti, libri, storia, di guerra o violenti, ma che invece promuoviamo preferibilmente una cultura di opposizione all’ingiustizia. Abbiamo bisogno di inculcare una responsabilità comune a tutta la nostra gente. Abbiamo bisogno di generare una cultura del lavoro e riconoscere la dignità del lavoro, in modo che possiamo imparare a soddisfare non solo i nostri propri bisogni ma anche quelli della comunità intera...

...Dovremmo essere attenti ai bisogni della comunità e cominciare a porre il fondamento per una società più giusta in cui tutti possano godere di pari opportunità. L’attuale situazione della disoccupazione deve essere affrontata seriamente creando occasioni di lavoro per tutta la gente.
Questi sono gli obiettivi di Gandhi posti per sviluppare il lavoro in India e credo che trovino applicazione oggi per noi. Forse soltanto quando questi obiettivi saranno stati raggiunti, potremo dire a noi stessi che abbiamo realizzato la pace nel nostro paese, una pace per cui Gandhi ha vissuto, lavorato ed è morto...

[Estratto dalla nona Desmond Tutu Peace Lecture, discorso tenuto da Ela Gandhi a Pietermaritzburg nel 1993]

Questo è per noi il tempo del cambiamento.

...Nel formulare la sua strategia per ottenere la libertà, Gandhi si trovò a scegliere, e scelse il coraggio anziché la paura...

...Attraverso il potere del suo esempio e del suo incrollabile spirito, ha ispirato un popolo a resistere all’oppressione, suscitando una rivoluzione che ha liberato una nazione dal dominio coloniale...

...Il significato di Gandhi è universale. Innumerevoli persone in tutto il mondo sono state toccate dal suo spirito e dal suo esempio. La sua vittoria ha ispirato una generazione di giovani americani a rifiutare pacificamente un sistema di evidente oppressione durato per un secolo, e più recentemente ha guidato le rivoluzioni di velluto nell’Europa dell’Est e posto fine all’apartheid in Sudafrica. Nelson Mandela, il Dalai Lama e il dottor Martin Luther King hanno parlato del loro grande debito verso Gandhi...

...C’è bisogno che vi alziate in piedi e lavoriate per il cambiamento....
(dal discorso di Barack Obama del 2 ottobre 2008, giorno della commemorazione di Mahatma Gandhi)

Ma come rendere oggi attuale Gandhi?
Ecco un intervento sul tema di Mark Lindley, uno dei principali studiosi internazionali del pensiero e dell'opera di Gandhi:

"Come far capire Gandhi ai giovani, voi mi chiedete? Se alla televisione vedremo più notizie sul Terzo Mondo, se capiremo finalmente che il terrorismo islamico è dovuto all'esportazione del petrolio e se ci rifiuteremo di assistere a tutta quella commercializzazione inutile, allora qualcosa cambierà. Guardateli i vostri giovani: vedono tanti modelli di camicia, si ritengono più interessanti se indosseranno l'ultimo, cercano di averlo a tutti i costi. Com'è possibile che con una televisione così poco seria essi si interessino ai problemi del mondo? Alla pace? Alla fame di quattro quinti di popolazione del Pianeta?"

E smettiamola di parlare di perdita di valori, precisa lo studioso: "I valori sono sempre lì, basta solo avere determinazione per riscoprirli. Ma per noi oggi è difficile avere fiducia in qualche idea. Gandhi non era un dio. I suoi metodi devono essere studiati, adattati, capiti davvero. Ma una cosa vi posso dire: bisogna che ci cambiamo dentro, che limitiamo volontariamente i nostri desideri. E per far questo è necessario che ognuno di noi si conosca bene. Non bisogna mai fare più di quanto siamo in realtà capaci di fare".

Tutto secondo le proprie possibilità e al momento giusto, dunque: "Supponiamo che finalmente venga prodotta su larga scala un'automobile ecologica e io decida di comprarla. Supponiamo anche che io la compri perché meno costosa, perché più conveniente, non perché consapevole del fatto che sarà un beneficio per l'ambiente e per le persone. Ecco: la mia decisione in realtà servirà ben poco. Ma se invece la compro sapendo che quest'auto è necessaria per diminuire l'inquinamento io faccio un piccolo passo nella direzione giusta, cioè del 'pensare' davvero a quel che faccio, secondo le mie capacità. Così sarò presto pronto a fare il prossimo passo quando verrà il momento. Piccoli passi che porteranno al traguardo. Non pensiamo infatti di cambiare tutto e subito. Gandhi diceva: 'Voglio il cambiamento sociale come le nuvole nel cielo', cioè in modo naturale, spontaneo, non forzato".
Gandhi in tal senso fu un guerriero e un vero politico. Aveva ben presenti gli obiettivi finali e i mezzi per raggiungerli. Lui cercava vantaggi che andassero oltre i momenti della lotta, come un politico pensava al 'dopo', al nuovo governo che l'India si sarebbe data. "Se chiediamo dieci e ci offrono cinque e poi prendiamo solo tre - affermava il Mahatma - va bene così. Poi ci daranno anche gli altri sette".

Gandhi si prendeva le responsabilità di tutte le sue azioni, ma soprattutto puntava alla consapevolezza del singolo individuo, troppo spesso diviso dagli altri fratelli da pregiudizi, ignoranza, bugie. Quando l'India boicottò l'industria tessile britannica, ricorrendo ala produzione interna, le fabbriche in Inghilterra andarono in crisi, ci furono scioperi, licenziamenti, rivolte. Gandhi allora partì dall'India e raggiunse lo Stato britannico. "Andrò lì a spiegare cosa sta succedendo in India. Anche se mi linciano".

E queste furono le parole che rivolse a una folla di operai in rivolta: "Non pensate di prosperare sulle tombe dei poveri milioni di indiani. Non voglio dipendere da alcun Paese per il mio cibo e il mio vestiario". Due lavoratrici lo presero per le braccia e gridarono: "Tre urrà per Mr. Gandhi!!!".

"Questa fu la differenza tra Gandhi, Fidel Castro e Stalin per esempio. Essi furono maestri nel vincere il potere con mezzi distruttivi - ha aggiunto Lindley - Poi però dovettero ricominciare con una società distrutta. Gandhi non volle mai questo". Gandhi fin da allora aveva capito gli effetti devastanti di un potere mondiale soggiogato al denaro, oggi chiamato globalizzazione o mondializzazione: "Voleva sviluppare la capacità di ogni villaggio indiano a essere indipendente. Per addolcire gli effetti malvagi della globalizzazione, diceva. Perché il Paese non fosse rovinato, al massimo diventasse un po' meno ricco. Soleva anche dire che la salvezza dell'India consisteva nel dimenticare quanto imparato negli ultimi 50 anni: treni, telegrafi, ospedali. Per Gandhi il capitalismo fu tutto uno sbaglio. Ci voleva invece autodisciplina come ci vuole anche oggi: quando infatti saremo pronti a semplificare la nostra vita per evitare che milioni di uomini muoiano di fame?"
La forza del singolo uomo, come ha dimostrato Gandhi, è dunque la forza di un popolo intero. Non scoraggiamoci allora quando talvolta ci sembra che poteri superiori, quasi invincibili, vogliano decidere per noi e armarci la mano. Nessuno può decidere per nessuno se egli non lo vorrà. Ma per far questo bisogna uscire dall'incantesimo nel quale pochi bramosi di potere hanno gettato l'intera umanità. Togliere i veli dagli occhi si può: non date niente per scontato, dubitate di tutto quello che vogliono farvi credere. Cercatevi da soli la verità e non smettete mai di cercare. Chi cerca trova sempre, prima o poi."

domenica 21 febbraio 2010

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo




Ho deciso di creare questo blog per raccontare la mia idea di società civile, la mia idea di rinnovamento della politica, la mia volontà di essere al centro di questo rinnovamento e di questa società.

Ho deciso di creare questo blog per condividere un'esperienza, di vita e di passione, di dibattito e di azione, di buona politica.